Lavoro nero. Nei campi è boom di irregolari. Un progetto Caritas

Lavoro nero. Nei campi è boom di irregolari. Un progetto Caritas

Caritas lancia Presidio 3.0. L’obiettivo: ridare dignità

In alcuni campi, come nel Ragusano, sono stati utilizzati aeroplanini di carta per raggiungere i raccoglitori di pomodori pagati pochi euro al giorno. Dentro tutte le informazioni per raggiungere il più vicino centro Caritas in cui c’è Presidio, il progetto che l’ente pastorale della Cei ha avviato in alcune diocesi dal 2014 per combattere il caporalato, giunto oggi alla terza edizione biennale. Stesse moda-lità, ma più chiese locali coinvolte – a Presidio 3.0 hanno infatti aderito 13 diocesi: Saluzzo, Latina, Aversa, Capua, Caserta, Teggiano, Manfredonia, Cerignola, San Severo, Foggia, Nardò, Ragusa e Noto – e la forza delle 5mila persone di 47 nazionalità diverse aiutate ad avere un lavoro e una vita dignitosi negli ultimi quattro anni.

Un nuovo ciclo è appena partito e porta comunque a tirare le somme per «offrire alle istituzioni e agli attori competenti dati e riscontri – sono le parole usate dal direttore di Caritas italiana don Francesco Soddudurante la presentazione di Presidio 3.0 ieri a Roma – e per invitare a un dialogo consapevole e capace di connettere i molti livelli di azione su cui sarebbe necessario intervenire ».

Anche per svelare «falsi modelli» e «una percezione distorta di un fenomeno » che, continua il responsabile di Caritas italiana, «porta a pressioni politiche e all’individuazione di soluzioni che sovente non centrano l’obiettivo, lasciando le problematiche aperte e sempre più aggravate dalla loro cronicizzazione ».

E così il privato sociale, e anche le Caritas diocesane che operano in questo ambito, si ritrovano «spesso a tappare le lacune di un sistema di welfare – è la conclusione a cui arriva don Soddu – di un mercato del lavoro, e di una politica di gestione dei flussi migratori, che non sembrano dialogare fra loro su basi obiettive e scevre di tentazioni ideologiche ». Obiettivo appunto di Presidio 3.0 è ‘stare’ e ‘fare’ nei territori per assistere a livello amministrativo, legale e sanitario i tanti lavoratori, per lo più immigrati, sfruttati in agricoltura e diffondere la cultura dei diritti umani collegati al tema della legalità e della dignità del lavoro. Ancor più in un momento in cui il tema dei migranti è oggetto di strumentalizzazione. Con il decreto sicurezza e immigrazione, ad esempio, «purtroppo peggioreranno le condizioni dei lavoratori migranti e dei migranti in genere, che cadranno nell’irregolarità per la mancanza di un permesso di soggiorno per motivi umanitari».

Oliviero Forti, responsabile dell’ufficio immigrazione di Caritas italiana, non nasconde che «tante di queste persone le troveremo sfruttate nei campi, perché senza diritti e senza permesso di soggiorno si è più fragili. Tutto questo non farà altro che alimentare illegalità».

Il quadro delle fragilità è racchiuso in ‘Vite sottocosto’, il rapporto sulla seconda edizione del progetto Presidio, da cui emerge che quasi il 70% non possiede un contratto di lavoro, il 71% viene retribuito a giornata, il 9% a cottimo, il 10% ad ore. L’età media degli assistiti è 34 anni – l’87% sono uomini e il 13% donne – e solo l’11% dichiara di conoscere la lingua italiana. A 2mila persone inoltre, su un totale di 4.954 beneficiari, è stata offerta assistenza sanitaria.

Con la nuova edizione, spiega Caterina Boca, dell’ufficio immigrazione di Caritas italiana, si vuole spingere persino ad «una maggiore sensibilizzazione le organizzazioni dei datori di lavoro e dei sindacati per promuovere una cultura dei diritti umani e della legalità», utilizzando anche maggiormente gli strumenti giuridici per contrastare il fenomeno.

Le stime parlano di «18mila persone che vivono nei ghetti delle regioni del Sud: Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia», sottolinea Pietro Simonetti, consulente della Regione Basilicata, annunciando la volontà delle cinque regioni che la settimana scorsa hanno firmato un protocollo per «eliminare i ghetti entro due anni, utilizzando 44 milioni di euro di fondi Ue».

da Avvenire.it

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